Gli statisti del "lockdown"

Invece di continuare a pendere dalle labbra dei “talk-show” e degli “editti a mezzavoce” di cui ormai straripano i mass-media, sarebbe interessante documentarsi un po' con la storia del passato.

Per saperne un po' di più in merito alla pandemia di influenza “Spagnola”, ho già avuto modo di menzionare l’interessante “The Fourth Horseman” di Robert Koenig (2006) e

The Spanish Flu” di Harald Salfellner (2018). Basta comunque prendere in mano anche qualsiasi saggio sulle pandemie del passato. Con l’attuale recrudescenza delle infezioni a livello mondiale, mi sento ora di consigliare “La vita al tempo della peste” di Maria Paola Zanoboni (2020).

Le regole previste dagli attuali DPCM, sono, infatti, paurosamente analoghe a quelle di 700 anni fa, durante le maggiori epidemie in Italia e in Europa. Già nel Trecento furono introdotte urgenti norme che ci appaiono di sconcertante attualità: ad esempio, il divieto di assembramento, di ritrovo, di spostamento delle persone, nonché gli obblighi di isolamento e di quarantena forzata o fiduciaria. Oggi si chiudono i locali pubblici, allora si chiudevano le taverne e le bettole; facevano eccezione solo le farmacie e i negozi di alimentari. Si chiudevano anche le scuole e, tuttavia, non si pensava di certo a rimpiazzare la scienza con la falegnameria, creando nuovi arredamenti in grado di tenere alla larga i vari patogeni trasportati dall’aria e dalle persone. Proprio come oggi, manifestazioni pubbliche, fiere, mercati, cerimonie, processioni, ecc., venivano drasticamente bandite.

Come racconta Maria Paola Zanoboni nel suo interessante saggio, appena pubblicato, “Fin dal 1348 le città italiane, al Centro Nord e poi anche al Sud, furono le prime in Europa a darsi delle ferree regole sanitarie, poi copiate ovunque; furono istituite delle autorità apposite e fa dato il massimo rilievo al flusso di informazioni che potesse far prevedere l'arrivo della malattia da altre aree. Pessime, allora come oggi, le reazioni della gente, intollerante alle restrizioni della libertà e fortemente provata sotto il profilo economico: oltre che di peste, si moriva di fame. Ovunque le autorità erano disperate anche perchè le regole fortemente impopolari innescavano le rivolte della gente: per perseguire l'igiene, venivano infatti bruciati materassi e arredi delle case più povere.

 

I soldi sborsati dalle amministrazioni pubbliche e governative furono enormi, anche perchè ai danni della pestilenza si sommavano quelli provocati dalla crisi economica. Le casse pubbliche si prosciugarono in fretta e, per garantire la sopravvivenza, i metodi adottati furono sempre gli stessi: aumento delle imposte indirette, emissioni di titoli del debito pubblico e nuove tasse. Lo spettro dell’inflazione tolse il sonno alle popolazioni.

Il seguito di questa storia vera appartiene alle pagine del succitato saggio, dunque alla storia, ma, ahimè, anche al nostro quotidiano – molti governi stanno, infatti, continuando a stanziare fondi per far fronte alla grave crisi economica e al crescente malcontento della popolazione. L’opinione pubblica, dal canto suo, grida già a “soldi buttati nel water” (cfr. “Il Giornale”, del 27 ottobre 2020) e molti imprenditori bocciano l’operato dell’attuale premier: “Ci ha fatto buttare migliaia di euro [per attrezzarsi con i presidi anti-Covid, n.d.a.] per poi farci chiudere i battenti con un altro parziale lockdown”. Del resto, parlando dei settori più colpiti durante questa seconda ondata di pandemia c’è chi ha speso più di diecimila euro tra termoscanner, cartellonistica, gel igienizzanti e pannelli di plexiglass. Palestre e piscine sono, evidentemente, considerate ben più a rischio contagi degli autobus e delle metropolitane sempre affollatissime.

 

Ancora una volta, leggendo pagine di storia, credo sia più immediato riconoscere e capire, se non addirittura prevedere, l’andamento delle nostre attuali vicissitudini, anche in termini di virus e pandemie.

Dunque, viene da chiedersi come proseguirà il farraginoso iter per la ricerca di antidoti, vaccini e, più in generale, rimedi scientifici alla pandemia del 2020. Sì, perché si tratta al 100% di scienza, sin da quel maledetto 23 febbraio 2020, e non certo di scontro politico, mera economia o, peggio ancora, di falegnameria e carpenteria – quest’ultima, assurdamente chiamata in causa come rimedio “miracoloso” per bloccare il diffondersi di un virus trasportato dalle persone e dall’aria stessa (leggi: “banchi scolastici monoposto, con rotelle).

La scienza, la medicina, la ricerca, ecco, appunto, di questo si tratta. Allo stato attuale, mi duole sottolineare e constatare che l’homo sapiens del terzo millennio si differenzia poco – a livello di conoscenza scientifica –non solo al suo parente di un secolo fa, ma addirittura a quello del medioevo.

E’ inutile far bella mostra di specialisti, virologi, grandi esperti (veri o presunti) sulle pagine dei rotocalchi o in televisione: nessuno è ancora in grado di dirci neanche dove è realmente nato il Covid-19, figuriamoci trovare cure e vaccini!

La politica internazionale “cavalca l’onda”, sperticandosi in ulteriori, inverosimili promesse in merito all’arrivo di un miracoloso rimedio in tempi brevi (altamente improbabili - vedi sotto): non può far altro, del resto, visto che lavora sui banchi del parlamento e non su quelli di un laboratorio.

Medici e infermieri sono analogamente impegnati in “prima linea” e ben poco possono promettere o fare in concreto per identificare cure e rimedi efficaci a livello globale.

Dunque, è proprio la scienza, quella dei proverbiali “topi di biblioteca e di laboratorio”, che dovrebbe agire concretamente e alla svelta. Ma, verosimilmente, le cognizioni medico-scientifiche del 2020 sono impotenti davanti a un nuovo virus, quanto quelle del 1918 (Pandemia di influenza “Spagnola”) o della peste di 700 anni fa. Il silenzio assordante degli addetti ai lavori, tuttavia, è a dir poco devastante. Ma perché è così difficile realizzare un vaccino?

 

Lo sviluppo di un nuovo vaccino richiede, come accennato, un percorso lungo e complesso, composto da più fasi. Ben consci del fatto che la sperimentazione sul campo richiede gran parte di quello stesso tempo di “gestazione” per una cura efficace, la gente si sta chiedendo se davvero sia stata identificata la componente chiave di un vaccino “salvamondo”. Di Coronavirus, per chi non lo sapesse, ne esistono già a centinaia in natura, quasi tutti riconducibili alla classica sintomatologia infettiva di un raffreddore. Ciò non ci autorizza assolutamente a parlare di una “forte influenza” o poco più nel caso dell’attuale Covid-19 – ci mancherebbe. Qualche giorno fa, l’ennesima virologa – questa volta un classico esempio di “nemo propheta in patria” dall’altra parte dell’Oceano Atlantico – si è permessa di affermare che fra qualche anno, il Covid-19 diventerà il nuovo virus del raffreddore!

 

Tuttavia, considerando che un vaccino per il comune raffreddore è impossibile da sviluppare (esistono, infatti, fin troppi Corona virus che causano questo banale malanno), potrebbe risultare analogamente improbabile riuscire a trovare il miracoloso antidoto al Covid-19 (che, lo ripeto, appartiene alla famiglia stessa dei Corona virus). C’è chi sta studiando una proteina in grado di bloccare gli “appigli” che la peste del 2020 utilizza per agganciarsi al nostro organismo, chi, invece, sembra continuare a sperimentare il virus stesso inertizzato, al fine di attivare la giusta risposta immunitaria nel corpo umano (così come avviene con molti altri vaccini attualmente in commercio). Comunque sia, non abbiamo la certezza che le sperimentazioni in via di sviluppo (quelle vere o presunte di cui fanno menzione alcuni capi di stato e molti giornali) siano efficaci. Inoltre, non sappiamo neanche se l’efficacia stessa possa essere raggiunta con una dose o se ce ne vorranno di più. Oltretutto, vi sono colli di bottiglia legati al fatto che le aziende che producono i vaccini hanno numerosi passaggi obbligati durante la produzione. Un pasticcere che sforna 100 torte al giorno può arrivare a farne 500, ma non 5 milioni!

Al di là di quanto (poco) filtra dai laboratori di tutto il mondo, sembra comunque che la ricerca scientifica internazionale sia ancora ferma alle prime pagine di un nuovo libro, tutto da scrivere. L’opinione pubblica viene “indottrinata” costantemente dai mass media, nutrita di propaganda e, quel che è peggio, tenuta completamente all’oscuro di quanto stia realmente accadendo tra i “topi di biblioteca e di laboratorio”. Inoltre, la popolazione planetaria  ha già dimenticato i grandi attuali problemi del riscaldamento globale, della scarsità d’acqua e della fame nel mondo, costretta a concentrarsi al 100% proprio su come scampare a questa nuova, misteriosa pandemia. Tuttavia, nel secondo semestre del 2020 si è andati in ferie, a votare, si è tornati a scuola e qualcuno ha addirittura iniziato a parlare della prima ondata di pandemia utilizzando il passato remoto – quasi ad esorcizzare un malaugurato evento, ormai destinato a scomparire tra le pieghe del tempo e della storia. Nessuno, statisti compresi, ha mostrato abbastanza lungimiranza da prevedere quello che, invece, sta continuando e continuerà ad accadere per molto tempo ancora. Male, molto male.

Viene da chiedersi se quel “piccolo, grande passo” compiuto da Neil Armstrong sulla luna nel 1969, non sia destinato a rimanere solo una vera o presunta spacconata propagandistica o poco più – soprattutto considerando le decine di migliaia di malati e di morti che un “semplice” virus riesce a mietere in un mondo che aspira alla scoperta di Marte!

Come ha recentemente avuto modo di sottolineare Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera del 28 ottobre 2020, sarebbe ora che i nostri governi ci trattassero finalmente da adulti, dicendoci qualche verità. Chiudere il maggior numero di esercizi commerciali e luoghi d’aggregazione, per dissuadere le persone dall’andare in giro — significa rendere il “lockdown” una tragica e costante quotidianità e non solo un’emergenza. Fino a quando non arriverà un vaccino, la nostra libertà di movimento sarà inversamente proporzionale alla saturazione delle terapie intensive negli ospedali. Pazienza se gli italiani dovranno beccarsi il lockdown prossimo venturo soprattutto a causa di due due ministre “colabrodo” e dell’irriducibile Comitato Tecnico Scientifico. Anacronisticamente, infatti, proprio la ministra Azzolina e la ministra De Micheli hanno rifiutato a priori le indicazioni scientifiche partorite per evitare danni: se ne sono bellamente infischiate del trasporto pubblico e degli assembramenti nelle scuole (due fattori perniciosamente legati da un’altissima mobilità indotta – genitori, insegnanti, accompagnatori, nonni, zii, parenti vari, ecc.), mentre persino i bambini avevano già capito che il problema principale è proprio la gente che si sposta in massa, veicolando esponenzialmente i contagi (alto numero di persone concentrate in spazi limitati con scarsa ventilazione; mancanza di controllo degli accessi per identificare soggetti potenzialmente infetti; contatto con superfici potenzialmente contaminate, ecc.).

Eppure, bastava dar retta esattamente alle indicazioni del Comitato Tecnico Scientifico. Proprio da aprile, il Cts rimarcò come l’intero sistema di trasporto pubblico dovesse essere considerato un contesto a rischio di aggregazione medio alto, con possibilità di rischio alto nelle ore di punta, soprattutto nelle aree metropolitane ad alta urbanizzazione”. Lo stesso Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato in oggetto, ha recentemente dichiarato che: “dal 18 aprile chiediamo di utilizzare ogni misura per ridurre i picchi di utilizzo del trasporto pubblico”.

 

Ai primi di ottobre, tuttavia, è bastata una serie di protocolli di "sicurezza" (ma quale in particolare?!) per spalancare le porte... alla seconda ondata di contagi. Forse si è sperato che un banco monoposto con le rotelle potesse spaventare a morte il Covid-19! Più verosimilmente, l'ingente fornitura di nuovo arredamento monoposto ha fatto indubbiamente gola a molti che sono riusciti ad arricchirsi anche in un grave momento di crisi sanitaria mondiale.

Torniamo dunque a un lockdown “yo-yo”, senza nessun’altra strategia nell’attesa messianica di un antivirus. Altro che roboanti protocolli ed editti televisivi "salvamondo"! Per addolcire la pillola, del resto, basta concedere qualche “bonus” per l’acquisto di improbabili generi di conforto (monopattini, ristrutturazioni edili, ecc.) o, peggio ancora, per “scappare” dal virus con una bella settimana di vacanza (il contributo vacanze, se non ricordo male, è valido fino al 31 dicembre 2020!).

Il nostro Presidente del Consiglio dice che vorrebbe assicurarci un Natale sereno, ma – ammesso che ciò accada - se allenta il guinzaglio a fine anno, all’inizio di gennaio gli ospedali saranno di nuovo ai limiti della sopportazione e ci toccherà tornare ai “domiciliari” fino ai primi di marzo. Poi di nuovo fuori? Potremo forse attendere la “libertà vigilata” estiva e la successiva clausura autunnale? Pare proprio di sì, visto che la maggior parte dei virologi (quelli veri e non i guitti da talk-show e gettone di presenza televisivo) già dicono a mezza voce che non ne verremo a capo prima del 2022.

In marzo, la curva dei contagi raddoppiava ogni tre giorni, mentre oggi lo fa ogni settimana. La situazione attuale è addirittura peggiore: proprio perchè è come essere tutti dentro ad una pentola che bolle: nella scorsa primavera è diventata rovente quasi subito, mentre oggi continua a riscaldarsi sempre di più, mentre cisi si limita ad aggiungere un pò di acqua fredda, di tanto in tanto. Ciò si tradurrà, verosimilmente, in una continua e prolungata crescita di contagi, ricoveri e decessi per molto, molto tempo ancora.

Purtroppo, quanto ho esposto fino a qui, non l’hanno capito nè i politici, ne parecchi medici; saper curare non significa necessariamente saper governare una pandemia: un esperto di armi non è automaticamente un grande stratega, mentre quest'ultimo non è detto che sappia maneggiare gli strumenti d'offesa alla perfezione. Nel caso di una pandemia c’è un’ulteriore aggravante: nel bene e nel male, il risultato degli sforzi corali si vede dopo almeno 2 settimane: nel frattempo il problema non aspetta, ma si complica esponenzialmente e al prossimo "giro" di DPCM sarà sempre troppo tardi.

Dei veri statisti avrebbero verosimilmente il coraggio di dire la verità ai propri Paesi, dato che nulla fomenta la rabbia più dell’incertezza.

Ma, proprio come dice Gramellini, credo che arriverà prima il vaccino degli statisti.

Per ulteriori approfondimenti:

"Grande Guerra e Bioterrorismo"

"Il pipistrello che canta e il Covid-19"

"Influenza "Spagnola" e Covid-19"

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