Donne e iconografia del 1914-1918

Le donne vengono spesso rappresentate e iconizzate, quindi descritte o raccontate e infine lasciate libere di  parlare di sé stesse. Né è un chiaro esempio il fatto che il contributo femminile è del tutto assente nella scienza, nella storia e nella filosofia dei secoli passati. Già nel 1800, tuttavia, le teorie mazziniane, di grande importanza per identificare i principi d’affermazione della democrazia attraverso la forma repubblicana dello Stato, sancivano anche che “Dove non è culto della donna, nè speranza d’avvenire, nè coscienza di dovere verso tutto un popolo, non può esistere letteratura”. Uno iato importante, che anticipava l’imminente distacco dai dogmi dell’epoca, di chiaro retaggio medievale, imposti alle donne sin dal 1584, nel “Trattato dell’educazione politica sociale e cristiana dei figliuoli” di Silvio Antoniano.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 100° anniversario della Grande Guerra ha ricordato che: “I soldati italiani scoprirono per la prima volta, nel senso del dovere, nella silenziosa rassegnazione, nella condizione di precarietà, l’appartenenza a un unico destino di popolo e di nazione”. Vorrei, immodestamente, ampliare questa importante affermazione anche a tutte le donne di quel periodo, soprattutto per quanto riguarda il loro spontaneo e quasi istintivo spirito di adattamento ad un’ora così grave del nostro Paese, nonché al loro coraggio e alla forza di impugnare “le armi” di una pacifica, anche se dolorosa, esperienza di emancipazione.

Come una sassata, la Grande Guerra incrinò i modelli di comportamento e le relazioni tra generi e classi di età, nonché tra le varie classi sociali, mettendo in discussione gerarchie, distinzioni e autorità ritenute immutabili: un effetto che - contenuto per il momento dalla legislazione repressiva - sarebbe emerso più ampiamente nel dopoguerra, contribuendo a conferire alle lotte sociali, comprese quelle per i diritti delle donne, quell’impronta di stravolgimento radicale dell’ordine esistente che avrebbe cambiato il mondo per sempre.

 

Per le donne, il trauma bellico di lunga durata significò sicuramente lutti, sofferenze e ansie materne, ma creò soprattutto una frattura nell’ordine sociale e familiare.

Mentre la memoria e l’iconografia maschile, che gravitano principalmente intorno ai campi di battaglia, scolpiscono nella memoria collettiva la violenza gratuita, la sofferenza e la tragedia, molte testimonianze femminili lasciano intravedere invece un senso di liberazione e orgoglio retrospettivo: il tutto basato su un’accresciuta fiducia delle stesse donne di quel tempo.

 

A corroborare tutto ciò contribuiscono alcuni dati statistici ufficiali: 6 milioni di unità di manodopera femminile fecero sì che, nel periodo 1915-1918, la produzione agricola non scese mai al di sotto del 90% del totale pre-bellico; nell’industria tessile, vitale nel soddisfare un’importantissima voce delle commesse militari, si assistette ad un incremento del 60 % delle operaie.

Analogamente, l’organico di uffici pubblici e privati fu ugualmente ripartito in uomini e donne, mentre le 651.000 donne che già nell’aprile del 1916 lavoravano nel settore dell’industria, raggiunsero, nell’ottobre dello stesso anno, quota 972.000: nel gennaio del 1917, divennero1.072.000, per poi superare largamente 1.240.000 unità solo tre mesi dopo. Infine, la stessa macchina della “guerra di materiali”, impegnata a sfornare milioni di proiettili e strumenti di offesa per alimentare la carneficina mondiale, registrò l’impressionante incremento a ben 200.000 operaie dalle 23.000 unità censite all’inizio delle ostilità.

Nelle fotografie che iniziano ad apparire dal 1914 in poi, le donne ritratte nelle mansioni un tempo riservate agli uomini (per esempio quelle relative ai trasporti pubblici, come conduttrici o bigliettaie di tram) e nelle loro nuove divise da lavoro, appaiono generalmente fiere, sorridenti e contente.

Lo sguardo rivolto dalle nuove donne agli orrori della carneficina di massa è, almeno da questa particolare angolazione, diametralmente diverso. Generalizzare tuttavia, dimenticando diversità regionali e sociali, sarebbe sbagliato. Una cosa era la condizione delle donne delle classi popolari (costrette a subire ristrettezze economiche e alimentari, il peso di nuove responsabilità e il superlavoro derivante dall’accumulo di compiti per l’assenza degli uomini), un’altra era quella delle giovani operaie da poco entrate nel lavoro di fabbrica (impegnate in lavori pesanti e pericolosi, ma pronte ad approfittare di qualche spazio di libertà dalla tutela maschile).

 

Un altro aspetto, infine, era quello delle donne appartenenti alla classe media, che trovarono per la prima volta il modo di uscire dall’ambito familiare e di sentirsi valorizzate in compiti socialmente utili e pubblicamente riconosciuti. Ma vi fu anche il caso estremo di quelle donne che dovettero subire le violenze sessuali degli eserciti occupanti.

Sessuofobi, moralisti, falsi perbenisti e ginecofobi digrignarono i denti davanti a questa inaspettata e inaudita rivoluzione del costume. Di certo, non trovarono nulla da obiettare alla donna-spazzino, in quanto incombenza particolarmente “congeniale alle femmine”, ma riuscire a mandar giù la perdita della “privacy” nella corrispondenza (una donna-postino avrebbe di sicuro violato tale diritto, vittima della sua innata curiosità!) o “rischiare” la vita salendo su un tram guidato da una rappresentante del sesso “debole”, si rivelarono bocconi particolarmente amari.

 

La Prima Guerra Mondiale richiese comunque uno sforzo corale e collettivo, che spinse inevitabilmente le donne fuori di casa e le proiettò in massa nel mondo del lavoro. Il conflitto incrinò, indubbiamente, i modelli di comportamento, le relazioni tra generi e classi di età, nonché tra le varie classi sociali, mettendo in discussione gerarchie, distinzioni e autorità ritenute immutabili: un effetto che - contenuto per il momento dalla legislazione repressiva - sarebbe emerso più ampiamente nel dopoguerra, contribuendo a conferire alle lotte sociali, comprese quelle per i diritti delle donne, quell’impronta di stravolgimento radicale dell'ordine esistente che avrebbe fatto tremare le classi proprietarie.

Dopo qualche timido accenno al tradizionale ruolo della donna, perlopiù impegnata ad accomiatarsi dolorosamente e patriotticamente dal marito o dai suoi figli, allo scoppio delle ostilità (basti pensare agli intensi bozzetti di Théophile-Alexandre Steinlen), l’imago mulieris di quel periodo, dovette fare ben presto i conti con la nuova immagine assunta dal gentil sesso. Ugo Ojetti, sulle pagine de Il Corriere della Sera, affermava che “La fiumana di donne penetra, gorgogliando e frusciando, nei luoghi degli uomini: campi, fabbriche... Talune, è vero, assomigliano ai bambini, specie quando ancora non ne hanno di propri: si stancano, si distraggono, sospirano, litigano, s’impuntano, scioperano, minacciano, strillano. Ma le più, insomma, lavorano e sono preziose, e s’ha bisogno di loro... La donna è prima di tutto un essere pratico il cui lavoro sociale è utilissimo.”

 

Molti quotidiani coniarono la tradizionale raffigurazione dell’infermiera e del suo ruolo di assistente dei combattenti. Un medico francese, ripreso da molte testate nazionali, profetizzò: “Ai medici la ferita, alle infermiere il ferito”.

 

E pensare che, nel 1849, Papa Pio IX aveva pesantemente condannato l’opera delle prime infermiere volontarie, tuonando “…più di una volta gli stessi miseri infermi già presso a morire, sprovvisti di ogni conforto della religione, furono astretti ad esalare lo spirito fra lusinghe di sfacciate meretrici.”

La figura dell’infermiera concretizzava il massimo impegno femminile, iconizzando lo stereotipo dell’angelo consolatore e donando alla tragica dimensione della guerra e dello sterminio di massa una nota di indiscutibile grazia e di dolcezza. Pericolosamente sbilanciata verso feuilleton d’appendice e immaginario collettivo “spinto”, l’iconografia relativa alle donne impegnate in questo tipo di volontariato si rese poi conto degli immensi rischi e delle estenuanti fatiche che interessavano le infermiere, soprattutto di quelle impegnate in zone di guerra. Colpi d’artiglieria, infezioni mortali, avvelenamento dal contatto con soldati gassati, turni massacranti e inumano stress psicologico, lasciavano ben poco spazio ad appassionate relazioni sentimentali con avvenenti commilitoni.

Le cartoline illustrate, fotografie, manifesti di propaganda e le riviste dell’epoca, si dimostrarono pronte a cogliere l’eco di questo epocale mutamento della condizione femminile. I piccoli segnali dell’emancipazione delle giovani donne borghesi che fanno sport, che indossano i pantaloni, che guidano le prime auto, che fanno da perno alla vita elegante e notturna, furono spesso immortalate sulla carta stampata.

 

Le cartoline, in particolare, si rivelarono un mezzo assai versatile per trasmettere ai posteri questa importante testimonianza. Rispetto ai quotidiani, la cartolina “souvenir” sopravviveva a lungo, passava di mano in mano e conquistava subito l’attenzione, per quel suo essere “messaggio che trasporta un altro messaggio”. Nelle cartoline illustrate di quel periodo, tuttavia,  la donna appare raramente nella sua vera realtà. Di gran lunga più numerose sono le immagini di fantasia e le rivisitazioni artistiche, basate su fotomontaggi, disegni e pitture, nelle quali non compare la donna, ma la sua idealizzazione, nella brusca alternativa tra moglie-madre-sorella o donna emancipata e fin troppo sbarazzina. Nelle cartoline, però, si confermano i sogni, i desideri, le pulsioni, i bisogni, le valenze affettive e simboliche della società in cui circolano, di chi le compra, le spedisce, le riceve, le conserva: un immaginario collettivo persistente e mutevole che, giocoforza, si aspetta sempre di più dalle donne, che hanno appena iniziato a muovere i primi passi nell’androceo fino ad allora precluso.

 

Un esempio classico è costituito da alcune immagini che ritraggono le prime donne pilota d’aeroplano – un’invenzione propagandistica, che apriva idealmente le porte di un progresso così epocale anche al genere femminile.

Durante la Prima Guerra Mondiale circolava una battuta fra i giovani ufficiali: “I nostri veri generi di conforto in trincea sono tre: il profumo Contessa Azzurra, il liquore Strega e la cartolina Ritorno”. I primi due erano elementi per ricordare la vita di società anche in mezzo al fango, “Ritorno” raffigurava invece la Donna promessa quale compenso: la “pin-up girl” della grande guerra. La cartolina era opera di Nino Nanni, nato in provincia di Reggio Emilia nel 1888 ed entrato a far parte, dopo la laurea in architettura, del gruppo dei pittori e cartellonisti di Ricordi, quello al quale si debbono, tra l’altro, gli “affiches” dei melodrammi di Puccini (Tosca, Bohème, Fanciulla del West). Anche Nanni si dedicò a quel lavoro, affiancandosi ad altri due pittori specializzati in bozzetti per cartoline, e cioè a Tito Corbella – “Belle Donnine” – e Alberto Bertiglia, che traduceva in immagini nostrane i bimbetti maliziosi dell’inglese Mabie Lucie Attwell.

 

La cartolina “Ritorno” fu lanciata nel 1915 ed ebbe un successo strepitoso, valutabile in milioni di copie. Raffigura un soldato che abbraccia, con gesto ispirato dal cinema muto, una bella donna, riversa, in estasi e inequivocabilmente nuda, sotto la mantella del guerriero. L’immagine era audace e, nello stesso tempo, romantica e legata (ma erano pochi ad accorgersene) a certa pittura ottocentesca che giocava sul contrasto tra il liberatore e “la Bella” senza niente addosso, incatenata allo scoglio o alla quercia. Il contrasto tra la pelle delicata di lei e il rude panno dell’uniforme era senz’altro un anticipo sul sexy. Quanto alla mantella, Nanni, all’inizio la fece azzurra, quindi da Cavalleria, Artiglieria e Genio. Per accontentare Fanteria e Alpini si stampò anche un’edizione in grigioverde. Fissata con le puntine da disegno all’interno della cassetta d’ordinanza, “Ritorno” era la promessa dopo la vittoria.

A volte invece la cartolina trattò il dolore delle vedove e delle madri dei caduti e in qualche caso evocò anche la violenza sulla donna, preda del nemico, per incitare alla difesa della Patria e alla vendetta.

Numerose sono anche le immagini conservate di giovani donne che sostituiscono gli uomini al fronte: dalla tranviera alla postina, dalla spazzina, alla telegrafista. Immagini povere, destinate a rapida usura, che però hanno camminato con tanta parte dell’Italia in uniforme: piccolo conforto della distanza e fragile pegno di un ritorno a casa che per molti non avvenne mai più.

La Madre Patria fu, invece, spesso rappresentata come donna severa, coperta da armatura e armata di gladio, ma non di rado sorridente e ammiccante. Presente su materiale di propaganda anche sotto le spoglie di avvenente, ma determinata combattente, in attesa che tutti le rendano onore facendo il proprio dovere, ci ricorda lo stesso concetto espresso dal filosofo Josè Ortega y Gasset che, nel 1800, leggeva nel sorriso ambiguo, nella pelle e nelle sopracciglia della Gioconda di Leonardo il simbolo della “donna essenziale, che conserva intatto il suo incanto”.

Al di là dell’interpretazione iconografica del percorso d’emancipazione in “rosa”, le donne pagarono anche un prezzo altissimo in termini sia di morte che di violenze subite. Inoltre, dopo la fine della guerra, il Fascismo costruì una forte retorica misogina facendo leva sull’alta disoccupazione e sul calo della natalità, mentre le donne dovettero di nuovo affrontare pregiudizi e stereotipi che confinavano la loro identità ai soli ruoli procreativi e materni.

 

Il cambiamento fu però più forte del regime, e le gerarchie sociali ritenute da molti immutabili si dimostrarono inevitabilmente compromesse; le forti aspirazioni alla libertà, al reciproco rispetto e a una piena cittadinanza per tutti trovarono poi, nel primario ruolo che le donne svolsero nella Resistenza, e successivamente nell’ottenimento del suffragio universale, la loro più ampia, seppur non ancora completa, espressione giuridica, politica e culturale.

Copyright Alessandro Gualtieri 2010

 

Per ulteriori approfondimenti: www.lagrandeguerra.net

La raffigurazione della Patria è una donna insomma, che è stata colta dall’artista nell’istante in cui ella non ha ancora ricoperto un ruolo di madre, sposa, amante, sorella o figlia.

 

Questa rappresentazione della donna di allora, si sposa a quella della madre, della moglie o della figlia rimasta a casa, a combattere il dolore del distacco, del lutto e della sua stessa, sempre più difficile sopravvivenza, in molti manifesti realizzati per stimolare la sottoscrizione a prestiti obbligazionari di vari istituti di credito.

 

All’ Enfatizzazione della guerra “giusta” e dell’eroismo dei soldati, ai quali si doveva il proprio prezioso contributo versando quattrini allo stato, facevano da contrappunto il “Cacciali via!” - all’indirizzo degli invasori - di spose e madri rimaste sul fronte interno.

 

Particolarmente degno di menzione, come perfetta unione tra concetto di Madre Patria e quello dell’”angelo del focolare” (in attesa d’essere reclamato dall’uomo di casa impegnato al fronte) è il manifesto di Achille Mauzan che riporta l’esortazione “E nostro torni quel che fu già nostro!”, all’indomani della disastrosa rotta di Caporetto.

 

Una simile, perentoria esortazione è sempre una donna a recitarla idealmente, sulle parole dell’ex volontario garibaldino Paolo Carcano che, già nel dicembre 1916, spingeva l’Italia dei combattenti sull’Isonzo, sul Carso e sull’Altopiano di Asiago, a scrivere una pagina eroica della storia.