La Grande Guerra è finita

La Grande Guerra è finita. Un’altra volta. Son passati cent’anni esatti di pubblicazioni, rivelazioni, scoperte, approfondimenti e, soprattutto nel passato più recente, faticosissimi sforzi per tenere viva la memoria dei milioni di uomini e donne che ne hanno pagato il prezzo più alto.

Non si è ancora esaurito l’eco delle fanfare e delle commemorazioni sincere e perlopiù improvvisate dalla gente di tutt’Italia ed Europa (un plauso particolare va espresso per i vari gruppi Alpini, l'Associazione Nazionale del Fante e la Croce Rossa Italiana), che già la memoria fa una gran fatica a riaprire quelle pagine di storia così gravida di implicazioni sociali e globali. Si tratta ormai di passato remoto, dunque degno al più di una breve menzione su un vecchio e fatiscente monumento ai caduti? Per molti probabilmente sì. Soprattutto per chi – parlo delle generazioni più giovani – non ha avuto la fortuna di ascoltare qualche racconto dei “vecchi”, né ricevere un’adeguata istruzione scolastica in merito. Aggiungiamo poi il tragico silenzio o, peggio ancora, la totale disinformazione “concessa” dai media e da qualche asciutto libro di testo, per completare la visione di un passato non solo dimenticato o travisato, ma addirittura sconosciuto. Si ricade allora nell’errore di dimenticare gli sbagli di ieri, rischiando di commetterli oggi, di nuovo e con perniciosa disinvoltura.
 

Sempre parlando dei media, c’è poi chi, di recente, ha voluto addirittura pilotare gli eventi del 1914-1918 a proprio uso e consumo, per meri scopi di propaganda politica. Già parlare di grande “vittoria militare” italiana di un secolo fa è uno sbaglio madornale (una partita di calcio che finisce col pareggio equivale ad un armistizio e non certo a un grande successo), ma impugnare questo errato concetto per voler “difendere il suolo patrio” con finalità xenofobe e razziste mi è sembrato davvero troppo. Ci si ricorda e pure male di una guerra mondiale, solo per piegarla al proprio volere e svenderla come valore aggiunto alle proprie tesi tanto estemporanee, quanto gratuite e lontane ben più di un secolo dalla realtà dei fatti.

“Confido che si proceda con il dovuto impegno nell’opera di conservazione della memoria e di analisi e riflessione storica sul primo grande conflitto mondiale, e che da parte delle competenti istituzioni si segua con attenzione la preparazione dell’anniversario...", affermava il precedente Presidente della nostra Repubblica, Giorgio Napolitano, nel 2014. Da quel momento in poi è stato un continuo accaparrarsi bollini, loghi ufficiali ed egide varie, spesso solo per vendere più salamelle arrosto alla “sagra del fante di Caporetto” o alla “vendemmia delle trincee”. Come dicevo poco fa, le celebrazioni più sentite e coerenti sono state solo quelle organizzate dalla gente, dai piccoli centri urbani, dai singoli e da chi si ricorda davvero di un antenato caduto in guerra, per ideali tanto grandi quanto allora ancora sconosciuti. 

Da parte istituzionale ci si sarebbe aspettato, come minimo, un ampliamento e relativa rivisitazione dei testi scolastici da proporre alle nuove generazioni, così come una serie di pubblicazioni ufficiali mirate, pertinenti e ben distribuite sul territorio. Ancor oggi, si fa fatica a trovare persino una buona raccolta fotografica, un lungometraggio restaurato o almeno un libro decente sull’argomento, mentre già oltralpe si son girati lungometraggi e realizzati ricchissimi musei dotati di avveniristica multimedialità.


Invece, da noi, è bastato semplicemente – e troppo spesso – allestire qualche sala consiliare con sponsor enogastronomici e una sbiadita fotografia d’epoca, per ottenere fondi, riconoscimenti e immeritati plausi per “l’opera di conservazione della memoria”.


I ragazzi delle scuole medie  britanniche si son recati a visitare la tomba del bis/trisnonno oltremanica, lo stesso hanno fatto i discendenti di Verdun e di Tannenberg, ma in Italia si sono a malapena accese le luci a Redipuglia. Nazioni intere si sono fermate per osservate qualche minuto di silenzio allo scoccare dell'undicesima ora, dell'undicesimo giorno dell'undicesimo mese di guerra - in Italia c'erano evidentemente altre cose a cui pensare.
 

E dove vogliamo mettere quello sparuto gruppetto di pseudo editori (in realtà più simili a bottegai, tipografi e dilettanti allo sbaraglio)  che si sono arricchiti dando alle stampe (espressione quanto mai eufemistica nel nostro caso – si parla al più di qualche centinaio di esemplari) libercoli di mediocre fattura, così come ricerche appassionate e importanti, dimenticandosi allegramente di cosa significhi davvero produrre abbastanza copie, distribuirle e proporle su tutto il territorio nazionale? Bhè, comunque anche a loro è andata bene: con un cadavere ritrovato in una vecchia trincea o un diario scritto di pugno sotto le granate, sono riusciti a gonfiarsi il conto in banca – tanto basta. 

Poi ci sono quelli che continuano a raccoglier ferro, andando per boschi, senza sapere nemmeno il perché – non oso chieder loro cosa stanno prendendo in mano, perché anche questi spazzini della storia vale il discorso disinformazione a cui accennavo prima. Sembrano una strana declinazione dei nostalgici di Predappio che fanno la raccolta di "figurine" che non sanno leggere. Ultimamente anche la furia degli elementi si è schierata al loro fianco, sradicando e dissotterrando un vero e proprio “ben di Dio” da raccogliere prima che qualcun altro se lo accaparri – non c’è neanche più bisogno del metal detector per decorarsi casa! Tibie, femori e teschi, tuttavia, non fanno mai bella mostra vicino al loro caminetto (chissà poi perchè?!) ma, di contro, se uno abita nel nord Italia, cosa se ne fa di una croce teutonica?!?! Come se un turista canadese si portasse a casa una katana dopo aver visitato Tokyo o un esquimese si mettesse a suonare uno scacciapensieri siciliano fuori dall'igloo.

Comunque vada, dopo cent’anni, non si sa più nulla dei Baracca, dei Cadorna, dei Calvi e dei Caviglia, ma si è ben mangiato e bevuto alla faccia di chi, prima di noi, ha avuto la sfortuna di nascere in un mondo che lo ha scaraventato nella fossa a soli vent’anni o poco più.

E ora che si fa? Un bel colpo di spugna e via? Releghiamo tutti gli eroi per caso della Prima Guerra Mondiale all’oblio in cui son già annegati quelli di Custoza, di Goito e di Solferino, giusto per citare qualche altro nome pressochè sconosciuto ai più?! Vien voglia di annuire, inutile negarlo: visto lo scarsissimo interesse dimostrato dagli italiani nei confronti del proprio passato, che senso avrebbe continuare a collezionare mezzi sorrisi di compatimento o totale indifferenza, ogniqualvolta si decida di parlare del massacro globale del 1914-1918? 


Tuttavia, la Grande Guerra, i pochi veri italiani 365 giorni all’anno - non solo durante i mondiali di calcio - non hanno avuto la sfortuna di conoscerla per davvero, ma l’hanno rivissuta, respirata e sofferta attraverso percorsi senza dubbio diversi e personali, ma analoghi per intensità e passione. Hanno letto, studiato e vivisezionato scritti, ricordi e reliquie dell’epoca, con sacro e infinito rispetto, unito a imparziale analisi storica. Il sudore e il sangue versato non sono di certo riusciti a immaginarlo, tanto estremo fu il sacrificio di quei padri spirituali; ciononostante, è loro sembrato tutto così vicino, tangibile e fortemente radicato nel presente, dove la pace globale è ancora un’utopia. Dunque perché smettere di conoscere e ricordare? Per quale motivo buttar tutto al macero e far finta che la cosa non ci riguardi? 

Dobbiamo sentirci ancor di più devoti alla memoria, per ricordare il sacrificio dei tanti caduti italiani, ma anche per svolgere un ruolo non secondario sullo scenario internazionale, ricordando il contributo dato dal nostro paese alla nascita dell’UE a partire dalla Giovane Europa di Mazzini, passando per il Manifesto di Ventotene e quindi arrivare ai trattati di Roma del 1957.  Non sembra uno sforzo così sovrumano, né qualcosa di cui sorridere paternalisticamente.

Copyright Alessandro Gualtieri 2010

 

Per ulteriori approfondimenti: www.lagrandeguerra.net